Regards croisés sur l'exposition CHROMA

Regards croisés sur l'exposition CHROMA

La seconda esposizione del Bocal ha appena chiuso i battenti dopo quattro mesi di apertura al pubblico. Intitolata CHROMA, la mostra ha riunito opere di Tristan Baraduc e del duo palermitano Genuardi/Ruta in un dialogo che esplora le tematiche del colore e dei nuovi spazi che esso fa emergere. Queste tematiche hanno alimentato un dibattito a più voci tra Daniela Bigi, storica e critica d’arte, fratello Renaud Escande, amministratore dei Pieux Établissements, Léa Ruiz-Pacouret, responsabile della comunicazione e dei progetti di solidarietà, Isabelle Vitale, storica dell’arte contemporanea e curatrice della mostra, e i due artisti esposti.

© Vanessa Caredda

Daniela Bigi: Fra Renaud, vorrei iniziare questo dialogo a più voci ideato per CHROMA partendo dalle
origini, ossia dai suoi rapporti con l’arte contemporanea. 

Fra Renaud Escande: Si tratta di una vecchia passione, che risale a quando ero giovane e frequentavo la
Scuola del Louvre e l’Università della Sorbona, dove portavo avanti le mie ricerche sulla filosofia dell’arte,
che è il mio campo specifico. Lo studio di Heidegger mi ha aiutato a capire meglio l’arte contemporanea, la musica in particolare, ma anche le “belle arti”. Quando sono arrivato a Roma, dopo aver diretto per 20 anni una casa editrice in Francia, a Parigi, ho sentito il bisogno di invitare artisti contemporanei a venire a
lavorare nelle 5 chiese francesi che abbiamo qui in città. Per me, che sono credente, che sono un sacerdote, è essenziale non separare il culto dalla cultura. A maggior ragione a Roma. È un modo di fare tradizione.

DB: Cosa intende?

Fra Renaud Escande: L’idea di definire una tradizione è per me oggi il portare degli artisti contemporanei a creare opere del nostro tempo in luoghi del passato e in relazione a opere del passato. L’idea di aprire una galleria d’arte è venuta naturalmente, perché abbiamo un atelier d’artista in via del Vantaggio e abbiamo collaborato spesso con Villa Medici. Dal mio punto di vista, accogliere artisti da tutto il mondo è una cosa necessaria per la Chiesa.

© Vanessa Caredda

DB: Questo è interessante. Per molti decenni la Chiesa è stata distante dall’arte contemporanea, disinteressata ad accogliere i suoi sviluppi, le sue visioni. Oggi questo divario si va colmando, basti pensare al Padiglione della Santa Sede presso la Biennale di Venezia, o allo spazio Conciliazione 5 del Dicastero della Cultura. Riflettendo sulla vostra scelta di inaugurare bocal nel cuore del vissuto cittadino, con un’accessibilità immediata che deriva dall’ingresso su strada, percepisco un passaggio successivo, e cioè il desiderio di un approccio meno istituzionale, più “quotidiano”.

Fra Renaud Escande: Sì, è assolutamente così. Una delle idee che presiedono all’apertura di bocal è
proprio l’obiettivo di far venire in centro il pubblico romano che abita nelle periferie e che abitualmente non si muove per vedere l’arte contemporanea (che oltretutto, non possiamo negarlo, fa anche un po’ paura). Per me è importante che tutti possano venire in centro e incontrare la bellezza, quella delle chiese ma anche quella delle opere contemporanee. Léa può ben spiegare il nostro intento.

© Vanessa Caredda

Léa Ruiz-Pacouret: Certo. Come diceva Fra Renaud, il progetto risponde al nostro desiderio di evitare che
le chiese rimangano cristallizzate nel tempo. In questi anni abbiamo realizzato un programma di interventi
nelle 5 chiese dei Pieux Établissements dando spazio anche alla musica e all’arte contemporanea, ma ci
siamo resi conto che molte persone non riescono a venire nel centro storico, o perché abitano in quartieri
lontani, o perché hanno una disabilità, oppure perché sono in ospedale, o in carcere. Noi ci siamo impegnati a portare la cultura a tutti. Da qui è nato il progetto di Torre Spaccata, dove l’allora parroco della Chiesa di San Bonaventura da Bagnoregio, Don Stefano Cascio, ha lavorato con l’artista francese Tristan Baraduc.

DB: Si riferisce al progetto del campo da basket?

Léa Ruiz-Pacouret: Sì, esattamente. Nella parrocchia c’era un campo da basket molto deteriorato, che
rappresentava però un punto di aggregazione importante per i giovani del quartiere e inoltre era al centro
della vista di tutti i palazzi che, come torri, lo circondano. L’artista, che aveva realizzato un progetto analogo a Parigi, ha proposto al parroco di trasformarlo in un’opera d’arte, e ci hanno coinvolti nel progetto.

DB: Siete intervenuti a sostegno di questo processo di riqualificazione urbana?

© Vanessa Caredda

Léa Ruiz-Pacouret: Sì, abbiamo sposato il progetto perché rispondeva a una serie di nostre istanze, e cioè
far conoscere la cultura francese a Roma, portare la cultura nei luoghi in cui arriva con più difficoltà, e offrirla gratuitamente al pubblico. Si tratta inoltre di un campo che ha un accesso libero anche per le persone con disabilità. Ma non ci siamo fermati a questa fase. Abbiamo pensato di dover fare un passaggio ulteriore, e condurre il quartiere nel cuore dell’arte, nel centro storico, per dare voce a una periferia spesso dimenticata.

DB: Questo aspetto mi era sfuggito. Effettivamente la città è per molti versi espropriata ai romani, così come avviene in altre grandi realtà che soffrono di overtourism. Le periferie sono sempre più isolate nei loro perimetri, nei loro orizzonti...

Fra Renaud Escande: Mi interessa dire che insieme a Baraduc ci sono in mostra da bocal anche due artisti
di Palermo, il duo Genuardi/Ruta. Mi piace molto questa connessione che Isabella Vitale ha rintracciato a
partire dal colore. Il rapporto con la Sicilia per noi è molto importante anche per il tema dell’accoglienza, che è uno dei punti fermi della vocazione dei Pieux Établissements.

Léa Ruiz-Pacouret: Che sono nati proprio per la necessità di accogliere i pellegrini francesi che arrivavano
a Roma. Adesso stiamo cercando di allargare il più possibile l’aspetto dell’accoglienza, e lo ritroviamo anche in questa mostra. Abbiamo l’accoglienza dei romani nella loro città, ma abbiamo anche, con i Genuardi/Ruta, la presenza della Sicilia, terra di accoglienza dei migranti, una ulteriore questione che stiamo cercando di trattare, perché ci preme offrire la possibilità di avvicinarsi alla cultura anche a chi si trova in una condizione così complessa e difficile, come quella dei migranti.

DB: Bene, abbiamo illustrato già diversi punti del programma di bocal. Isabella, puoi raccontare dal tuo
punto di vista come hai messo in dialogo Tristan Baraduc e Genuardi/Ruta? Da quale idea sei partita per
costruire la mostra, e perché l’invito al duo siciliano?

Isabella Vitale: Ho conosciuto Tristan, e quindi il suo lavoro, grazie a Léa Ruiz-Pacouret che, in quanto
responsabile della comunicazione dei Pii Stabilimenti di Francia, tempo fa mi ha inviato il video che adesso è presente anche in mostra. Un video che racconta la realizzazione del lavoro sul campo da basket di cui
prima parlava anche Léa. Sono andata a vederlo dal vero e l’effetto è stato dirompente! Mi sono
entusiasmata al lavoro di Tristan e ho studiato la sua pratica artistica che difficilmente si può immaginare in uno spazio espositivo. Così ho cercato di ragionare con lui per trovare delle soluzioni che potessero ben
rappresentare e valorizzare il suo lavoro. Da qui le opere Réfraction e Interface, realizzate appositamente
per gli spazi di bocal, unitamente a una documentazione sul lavoro del campo da basket, che invito tutti ad andare a vedere.
In seguito, per varie ragioni, ho pensato di invitare assieme a Tristan il duo Genuardi/Ruta, di cui seguo il
lavoro da anni e che apprezzo moltissimo. È interessante sapere che sia Tristan che Genuardi/Ruta
presentano a bocal delle rivisitazioni e dei riadattamenti di opere realizzate in Francia e quindi in relazione al patrimonio storico-artistico del territorio francese.
L’invito a Tristan, come quello a Genuardi/Ruta, risponde così ai valori e all’istanza di bocal e alle missioni
dei Pii Stabilimenti di Francia ben citate da Fra Renaud Escande, ossia diffondere l’arte e la cultura francese
accogliendo i visitatori da ogni parte del modo, quindi dare una visibilità agli artisti in generale e fornire “una vetrina” a quanti hanno già lavorato con i Pii Stabilimenti per committenze di opere site-specific nei loro altri luoghi (come è stato per Alix Boillot nella precedente mostra e come è in questa per Tristan Baraduc).
Inoltre, è in coerenza con la natura di bocal, che ho condiviso sin dall’inzio con Fra Renaud Escande nel
voler “creare un luogo”, nel provocare degli accadimenti attraverso un dialogo più ampio che può avvenire
tra le persone che frequentano la galleria. Ma anche tra gli artisti invitati a esporre e a dialogare, che prima
del mio invito non si conoscevano (come è accaduto per la mostra inaugurale, con Alix Bollot e Mercedes
Klausner), ma che affrontano tematiche simili attraverso tecniche artistiche distinte, che in qualche modo
risultano complementari e che sicuramente, in un’elaborazione inconscia e futura, saranno di ispirazione per entrambi. È chiaro che l’associazione Tristan Baraduc - Genuardi/Ruta è avvenuta in primis per le tematiche colore, luce e spazio, in quanto sono parte fondamentale nel lavoro di entrambi, così come la dimensione emotiva, spirituale, territoriale e collettiva.

© Vanessa Caredda

DB: Ragionare a partire dal colore, e dalla luce, non è un modo comune con il quale, negli ultimi decenni, ci si è interfacciati all’arte. E questo scarto dalla routine curatoriale risulta ai miei occhi particolarmente
interessante. Certo, ci sono stati diversi artisti – penso fra gli altri a Turrel, a Kapoor, a Eliasson, a Spalletti –
che hanno lavorato in termini immersivi, percettivi, che hanno dato vita a una costruzione fisica e anche
politica dello spazio, ma per lo più il motore da cui originava il ragionamento non era interno alla pittura, non era il colore, era esterno a essa, rispondeva ad altre istanze. È come se, lungo il tempo, avessimo perso non solo la capacità di ragionare in termini allegorici, o simbolici, ma la possibilità stessa di attingere a una
condizione che ci appartiene profondamente in termini cognitivi, filosofici, oltre che fisiologici (mi vengono in mente le neuroscienze).

Cosa rappresenta per te questo pensare a partire dal colore?

Isabella Vitale: Con questa domanda mi viene inevitabilmente di pensare, oltre agli artisti, anche ai vari
autori che hanno affrontato tali questioni. Ad esempio, con la Teoria dei colori, Goethe segna un
cambiamento importante nel modo di pensare il colore. A differenza di Newton, che lo studiava come un
fenomeno fisico legato alla luce, Goethe mette al centro l’esperienza di chi guarda. Per lui il colore non
esiste in modo oggettivo, ma nasce dall’incontro tra luce, oscurità e percezione umana, assumendo anche
un valore emotivo e soggettivo. Questa idea si avvicina molto a ciò che dirà più tardi Merleau-Ponty,
secondo il quale vedere non è solo un fatto “ottico”, ma un’esperienza che coinvolge tutto il corpo e il nostro rapporto con lo spazio. Il colore, quindi, non è una qualità fissa delle cose, ma qualcosa che si costruisce nel momento in cui percepiamo. Queste riflessioni aiutano a mio avviso a capire meglio il lavoro di Genuardi/Ruta e di Tristan Baraduc. Le installazioni di Genuardi/Ruta, fatte di materiali riflettenti e
trasparenti, mostrano chiaramente che il colore cambia a seconda della luce, dello spazio e della posizione
dello spettatore. Non è mai stabile, ma in continua trasformazione. Questo proposito è chiaramente presente nell’opera in mostra, Due satiri danzanti permeavano su tre piedi, una rivisitazione dell’opera realizzata in residenza a Vence presso la Fondation CAB. L’incontro di “due satiri” genera una terza
presenza/forma/colore in base alla relazione che si instaura e si attiva. Una riflessione nata dall’osservazione delle vetrate della Cappella di Vence attraverso le quali la luce filtra riflettendosi sul pavimento, creando sovrapposizioni, generando nuove forme, colori, sensazioni.

DB: E Baraduc?

Isabella Vitale: Anche Tristan Baraduc lavora in questa direzione, usando la luce per creare situazioni
percettive instabili, al limite tra visibile e invisibile. Così come nelle opere Interface e Réfraction, quest’ultima frutto di una rivisitazione di un lavoro ambientale realizzato a Parigi nel 2020, che consisteva nella decorazione di un container collocato per alcuni mesi di fronte a un festoso locale parigino in ristrutturazione.
Grazie al suo intervento, il container non si è imposto come ennesimo elemento invadente e disturbante allo sguardo dei cittadini ma, al contrario, attraeva lo sguardo in una dimensione piacevole e colorata in perfetta armonia con l’ambiente circostante. Per la città di Parigi, così come per bocal, l’artista riflette sul colore e lo “rifrange”, invitandoci in una potente dimensione ottica ed emotiva. Nelle sue opere il colore non è qualcosa di definito, ma appare come una vibrazione, una sensazione che cambia mentre la si guarda.

DB: Trovi altre vicinanze tra Genuardi/Ruta e Tristan Baraduc?

Isabella Vitale: Direi che in entrambi i casi il lavoro dà molta importanza alla presenza umana: lo spettatore non è solo qualcuno che osserva, ma diventa parte dell’opera. In questo senso, il colore diventa qualcosa che esiste solo nell’esperienza condivisa tra opera e pubblico. Lo spettatore non è passivo, partecipa attivamente: muovendosi nello spazio e cambiando punto di vista contribuisce alla costruzione dell’opera. La partecipazione assume anche una dimensione sociale e relazionale, perché l’esperienza non riguarda solo il rapporto tra individuo e opera, ma anche quello tra le persone che condividono lo stesso luogo, in questo caso bocal.

DB: Mi piacerebbe ora entrare nel vivo dei pensieri degli artisti. Tristan mi racconteresti più diffusamente la
tua esperienza parigina nello spazio urbano della quale parlava prima Isabella? Come operi? Quali riflessioni porti avanti nella scelta dei luoghi in cui lavorare e nell’individuazione delle forme e dei colori da utilizzare?

Tristan Baraduc: Per quanto riguarda i miei interventi a Parigi, ne ho fatti diversi, ma posso prendere come esempio una call for projects alla quale ho partecipato intitolata Embellir Paris. Il principio consisteva nel proporre a una selezione di artisti una ventina di luoghi da valorizzare. Io ho avuto la fortuna di risultare vincitore per un progetto situato nel 1° arrondissement, a Châtelet-Les Halles, che è veramente il cuore della città. Nel mio lavoro cerco sempre di prendere in considerazione l’ambiente nella sua globalità: il luogo, lo spazio, gli usi, le persone, ma anche ciò che chiamerei l’anima del sito. È proprio il punto di partenza del mio approccio. Ho bisogno di recarmi sul posto, di percepire le cose, osservare, immergermi per far emergere delle prime intuizioni. Tra l’altro è piuttosto curioso: l’idea che mi viene per prima, in loco, è spesso quella a cui torno dopo aver esplorato altre piste.
A Châtelet-Les Halles ci si trova in un luogo estremamente centrale, molto frequentato, al tempo stesso
turistico e attraversato da tutti i flussi della città. È uno spazio recentemente riqualificato, con aree verdi e di riposo, ma secondo me mancava un elemento essenziale: un punto d’acqua. In molte città o paesi, il cuore della vita collettiva si organizza attorno a una fontana. È un luogo l’incontro, un punto di riferimento. Mi è quindi venuta l’idea di creare una vasca in trompe-l’œil. Ho lavorato con colori vivaci ed effetti di prospettiva per dare un’illusione di profondità, come se l’acqua fosse realmente presente.
Più in generale, il mio approccio consiste nel percepire un luogo, coglierne l’essenza e poi proporre un
intervento che si inserisca in questa lettura e ne riveli alcuni aspetti.

DB: E a Roma su cosa hai lavorato per dar seguito alla richiesta di trasformare il campo da basket di Torre
Spaccata in un’opera© Vanessa Caredda

Tristan Baraduc: Per Torre Spaccata, la storia del progetto è piuttosto singolare. Ho incontrato un
sacerdote, Don Stefano, durante un evento. Abbiamo iniziato a parlare per curiosità reciproca – essendo lui un prete piuttosto giovane e provenendo io da un universo completamente diverso. La connessione è stata immediata e siamo rimasti in contatto. Un giorno mi invita ad andarlo a trovare nella sua chiesa. Dalla sua terrazza scorgo una grande spianata con un campo da basket completamente abbandonato, nel cuore del quartiere. Immediatamente percepisco che c’è un potenziale enorme, un’atmosfera particolare. Questo tipo di luogo, situato al centro della vita di quel tessuto urbano, dovrebbe essere vivo, vissuto, condiviso. Gli chiedo se questo spazio appartenga alla chiesa – cosa che mi conferma – e gli parlo così del mio lavoro. La sua reazione è immediata: mi dice che ama la street art e mi mostra degli esempi che aveva già raccolto. Da lì è nato il progetto.
Come spesso accade nella mia pratica, tutto parte da una prima sensazione molto forte. Ho avuto un vero
colpo di fulmine per questo luogo. La sfida era ridargli vita, reintegrarlo nella quotidianità degli abitanti, in
particolare dei giovani che lo frequentano: bambini, adolescenti, sportivi, ma anche un pubblico più ampio, visto che lì ci sono diverse attività, anche per persone con disabilità.
Il progetto ha assunto una dimensione collettiva: è stato sostenuto finanziariamente da alcune istituzioni, ma anche dagli stessi abitanti, che si sono mobilitati. La mia intenzione non era imporre una forma, ma proporre un’opera colorata, in armonia con l’ambiente e in dialogo con il luogo.
Ciò che è importante per me è che l’opera non si limiti alla pittura in sé. Essa comprende infatti tutta la storia del progetto: gli incontri, gli scambi, il coinvolgimento del quartiere. Ho avuto la sensazione di far parte di questa comunità, di essere accolto non come un semplice operatore, ma come un attore. Ed è
probabilmente questo che dà più senso a questo tipo di lavoro.

DB: Qualcuno potrebbe parlare anche di un processo di “Identity building” per un intervento di questo tipo. Condividi?

Tristan Baraduc: Non sono certo che si possa parlare di “costruzione dell’identità” nel mio lavoro. Se con
questo si intende imporre una nuova identità a un luogo, non è questo il mio approccio. Mi vedo piuttosto
come un rivelatore, o addirittura un “esaltatore” dell’identità. Il mio ruolo non è trasformare profondamente uno spazio, ma far emergere alcune qualità, alcune emozioni già presenti. Intervengo con i miei strumenti – il colore, la sfumatura, la composizione – per accompagnare e rivelare ciò che esiste, piuttosto che sostituirlo.
In questo senso, il mio lavoro consiste piuttosto nell’aderire a un contesto, nel tenerne conto e nel proporne una lettura sensibile. Cerco di rivelare, più che di costruire.

© Vanessa Caredda

DB: Trovo del tutto condivisibile quello che dici, Tristan. Talvolta quel rivelare in modo sensibile ciò che già
esiste permette a chi lo abita di identificarvisi più facilmente, di non sentirsi estraneo nel proprio habitat, e
forse anche di viverlo con una proiezione differente. Nella pratica di intervento nello spazio pubblico, quanto credi si debba tener conto della configurazione architettonica e urbanistica, cioè del valore strutturale, visivo e funzionale di un luogo o di una infrastruttura? E cosa pensi delle opere “community-based”, dei processi partecipativi?

Tristan Baraduc: Penso che la dimensione site-specific debba effettivamente tenere conto degli aspetti
architettonici, urbanistici e funzionali di un luogo. Sono elementi essenziali, soprattutto quando si lavora con un approccio visivo. Ma questo non è sufficiente. Uno spazio senza i suoi abitanti, senza i suoi usi, senza la sua vita, rimane una struttura inerte. Per me, un progetto nello spazio pubblico deve essere concepito nella sua globalità: deve integrare l’ambiente fisico, ma anche quello umano, sociale e sensibile.
Osservare, ascoltare, prendersi il tempo di percepire un luogo permette già di coglierne una certa atmosfera. E questa percezione continua a evolversi durante la realizzazione: le condizioni climatiche, la luce, le interazioni con gli abitanti alimentano il processo fino alla fine.

DB: Sono totalmente d’accordo. Mi viene da pensare che tu possa quindi sentire vicine le pratiche
“community-based”, i processi partecipativi, il placemaking.

Tristan Baraduc: Per quanto riguarda le pratiche cosiddette community-based, gli approcci partecipativi o il placemaking, vi sono molto favorevole. Tutto ciò che contribuisce a migliorare la vita quotidiana, a rafforzare il legame sociale e a rendere l’arte accessibile mi sembra essenziale. L’arte nello spazio pubblico appartiene a tutti: una volta realizzata, non mi appartiene più. Diventa quella degli abitanti, degli utenti, di coloro che la vivono quotidianamente.
In questo senso, ritengo che il mio lavoro si inserisca in questa logica: proporre interventi che dialoghino con il loro contesto e che contribuiscano, nel loro piccolo, a una forma di condivisione e di appropriazione
collettiva.

DB: Quale significato dai al colore e come intendi il valore delle forme?

Tristan Baraduc: Per me, il colore è innanzitutto una palette di emozioni. Con le sue infinite sfumature,
permette di esprimere una grandissima varietà di sensazioni e percezioni. Le forme, siano esse astratte o
figurative, costituiscono invece un linguaggio. Si potrebbe fare un parallelo con la musica: il suono porta un’emozione, e il solfeggio permette di organizzarla, scriverla e trasmetterla. Allo stesso modo, il colore veicola l’emozione, mentre le forme ne costituiscono il vocabolario.

DB: Antonella, Leonardo, avete portato a bocal tre opere che, come concezione, hanno avuto una prima
origine in Francia, mentre eravate in residenza alla Fondation CAB. Come è nato il pensiero di queste
strutture colorate sospese su un piedistallo mobile, su cosa stavate ragionando in quella costa meridionale
della Francia, così intrisa di riflessioni sul colore?

Genuardi/Ruta: Cominciamo dal numero tre: la mostra alla Fondation CAB era intitolata Tre punti luminosi, una rosa semplice. I tre elementi nascono da figure mitologiche, da tre grifoni, animali fantastici che erano per metà leone e per metà aquila, quindi portatori di una doppia natura, sia sul piano simbolico che su quello pittorico. Questa duplicità si riflette anche nella loro costruzione luminosa: da un lato sono attraversati da una luce chiara, argentea; dall’altro da una luce più scura, un nero che è quello di un cielo profondo. Allo stesso tempo, questa luce non è solo ricevuta ma anche emanata, proiettata nello spazio, proprio come accade con un faro.
Queste presenze costruivano un ambiente che allo stesso tempo abitavano ed era da loro stessi abitato.
Non si definivano soltanto all’interno dello spazio espositivo, ma chiamavano in causa l’intera Costa Azzurra, intesa non solo come paesaggio naturale – minerale, biologico, organico – ma come luogo di
sedimentazione del pensiero. È un territorio che ha accolto a lungo artisti fondamentali, da Matisse a
Picasso, da Léger a Nicolas de Staël, e che continua a generare riflessioni profonde sul colore e sulla luce
mediterranea. Basti pensare alla Cappella di Vence, dove a mezzogiorno la luce entra dalle vetrate e, per sovrapposizioni e velature, si deposita sul pavimento generando una mescolanza cromatica: dai tre colori originari (il verde, il blu e il giallo) emerge un quarto colore, che può tendere al viola o al rosa a seconda dell’intensità e del modo in cui la luce si diffonde. In questo senso, la luce non è solo un fatto materiale, ma anche una condizione spirituale. Ci viene in mente la tradizione della mashrabiya araba, dove il rapporto tra interno ed esterno non è solo una soluzione architettonica, ma un dispositivo percettivo e spirituale: la luce viene filtrata dalla trama ornamentale intagliata, trasformata in esperienza sensibile e insieme in condizione meditativa. Nicolas de Staël, nei suoi paesaggi siciliani, invece, arriva a dipingere cieli neri che non sono chiusura, ma addensamento: un nero dato dalla somma dei colori, una luce scura che li incorpora tutti.

© Vanessa Caredda

DB: Quei grifoni erano forme evocative, simboliche? A un primo sguardo sembrava che fossero sculture
nate per creare un ritmo dialogico e una sorta di controspazio all’interno della scatola architettonica che
ospitava la mostra.

Genuardi/Ruta: Sì, la figura del grifone, creatura alata presente da millenni nell’iconografia delle civiltà
mediterranee e mediorientali, introduce anche una dimensione simbolica: è una figura di soglia, di custodia, legata alla protezione di luoghi sacri e di tesori.
In questo senso, la costa abita i tre punti luminosi così come loro abitano la costa. Da questa relazione
nasce l’idea di costruire un habitat: uno spazio duttile, dinamico, pluriprospettico, quindi anche mobile. Uno spazio di libertà, fatto di relazioni e di continui avvicinamenti.
Il faro di Antibes era perfettamente visibile dalla Fondazione e il suo lungo raggio si estendeva fino allo
spazio espositivo, che ne veniva attraversato, instaurando una relazione diretta e continua con quella luce.
Ci siamo immaginati un contatto con il faro di Alessandria d’Egitto, un incontro tra Oriente e Occidente che prende forma in una fascia luminosa ideale, capace di congiungersi nel mare. In questa linea di luce si costruisce anche il senso delle opere: non figure isolate, ma presenze comunicanti, capaci di generare un
ritmo, un dialogo e una tensione continua tra prossimità e distanza.

DB: Per questa mostra romana che Isabella ha pensato come dialogo sul colore – o nel colore – fra artisti di provenienza differente che si incontrano in un luogo di profondità storica come Roma, che valore assumono queste vostre forme? E più in generale, quale significato attribuite al colore e come intendete le forme?

© Vanessa Caredda

Genuardi/Ruta: Forse diremmo dialogo con il colore, che per noi è figura che crea rapporti. Come alla
Fondation CAB, anche a Roma da bocal troviamo tre forme, tre creature ibride. Potrebbero essere dei satiri
che, nell’incontro con altre presenze del bosco, generano una terza forma, sempre differente, perché ogni
volta è diverso l’incontro e diversa la relazione che si attiva. Come nella Cappella di Vence, l’incontro tra due figure genera la terza, sempre nuova e imprevedibile.
Satiri e grifoni abitano una stessa soglia, ma da polarità opposte: i primi si radicano nel corpo, nella terra; i
secondi si aprono verso la luce e la dimensione verticale dello sguardo. In questo intervallo il corpo non è
mai solo un tema, ma una condizione percettiva attraverso cui il mondo si misura e si orienta. La terra è la
materia originaria del colore, pigmento che trattiene la luce e ne registra il passaggio, come se la visione
fosse sempre un deposito fisico, una sedimentazione dello sguardo.

DB: Che rapporto hanno le vostre opere con lo spazio in cui vi trovate di volta in volta a lavorare? Quale è la prassi progettuale che seguite?

Genuardi/Ruta: Ogni spazio è per noi un dispositivo vivo, un sistema di relazioni che modifica il lavoro tanto quanto il lavoro modifica lo spazio. Ci muoviamo per osservazione e per ascolto: la luce, i vuoti, le densità architettoniche diventano indicazioni operative.
Non seguiamo una prassi fissa, ma un processo di avvicinamento, quasi di navigazione, in cui l’opera
prende forma attraverso il dialogo continuo con ciò che la circonda.

DB: In che modo potremmo spiegare il fatto che un ragionamento sul colore, e sulla luce, risponda, nella
vostra poetica, a una postura etica?

Genuardi/Ruta: Come nei satiri e nei grifoni, dove corpo e luce, terra e visione si distribuiscono su polarità
diverse, anche il lavoro si costruisce in questo intervallo: la terra come materia originaria del colore, il
pigmento come deposito fisico della luce, il corpo come misura percettiva dello spazio. Non si tratta quindi di affermare un principio, ma di costruire una forma di relazione: un modo di abitare ciò che si vede senza ridurlo, lasciandolo accadere nella sua complessità.

 

Assistenti alla mostra/mediazione: Bianca Miki Zelli e Boyana Stefanova Duhovnikova

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