Una Croce per la Cappella Contarelli di Jean-Michel Othoniel
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La chiesa di San Luigi dei Francesi, che custodisce i capolavori del Caravaggio nella Cappella Contarelli, ospiterà presto una croce d’altare realizzata dall’artista francese Jean-Michel Othoniel.
Quest’opera si inserisce nella tradizione delle grandi commissioni di arte sacra destinate ad accompagnare la liturgia. Progettata per essere collocata sull’altare della cappella dedicata a San Matteo, questa croce mira a rafforzare la vocazione spirituale del luogo integrandosi con umiltà nell’insieme architettonico.
Questa croce romana, realizzata in vetro rosso con le tecniche tradizionali di Murano, poggia su un blocco di ossidiana naturale scolpita. Il suo rosso sempre vibrante simboleggia il cuore di Cristo, mentre la sua posizione dirige lo sguardo verso il martirio del santo.
Il vetro vulcanico nero proviene dall’Armenia; rappresenta l’ombra della croce, armonizzandosi con i marmi dai toni terrosi che adornano le pareti della chiesa, ed evoca inoltre la potenza del chiaroscuro così prominente nell’opera di Caravaggio. Questo blocco di vetro nero è stato tagliato in modo che le sue sfaccettature riflettano le immagini del Santo nei dipinti sopra l’altare, con gli specchi neri che a loro volta fanno emergere i volti dall’oscurità.
Con questa commissione, che rende omaggio all’eredità di Caravaggio, le Pii Stabilimenti della Francia a Roma e a Loreto portano avanti una tradizione secolare in cui l’espressione creativa arricchisce un patrimonio dedicato al ministero pastorale.
Omelia di Don Stefano Cascio per la festa di san Matteo e l'inaugurazione della Croce di Jean-Michel Othoniel nella cappella Contarelli
"Fratelli e sorelle, Vi sono luoghi in cui il Vangelo sembra aver trovato, attraverso i secoli, un modo particolare per farsi ascoltare. E oggi ci troviamo in uno di questi luoghi.
Celebriamo san Matteo, l'apostolo e l'evangelista. E lo celebriamo qui, davanti a questa cappella Contarelli, davanti alle opere del Caravaggio che raccontano la sua chiamata, la sua testimonianza e il suo martirio. Ed ecco che oggi, quattro secoli più tardi, una nuova opera viene a prendere posto nel cuore di questo insieme: una croce di Jean-Michel Othoniel.
Ciò che è notevole è che questa novità non viene a cancellare ciò che esisteva prima di essa. Viene a entrare in dialogo con una storia, con un'architettura, con delle immagini, ma soprattutto con una Parola. Perché la prima cosa che ascoltiamo oggi non è una parola sull'arte. È una parola su un incontro: «Seguimi».
Gesù vede Matteo seduto al suo banco di esattore delle imposte. Non vede soltanto ciò che Matteo è diventato. Vede colui che può diventare. E Matteo si alza. Tutto comincia lì.
Nel dipinto del Caravaggio, questa parola di Gesù è diventata luce, gesto, sguardo. Cristo entra nello spazio di Matteo e la sua chiamata attraversa la stanza. La luce sembra venire con lui. Raggiunge Matteo nel mezzo della sua vita ordinaria, in mezzo al suo denaro, ai suoi compagni, alle sue abitudini.
Cristo non lo chiama dopo che è diventato degno. Lo chiama nel mezzo stesso di ciò che è. Per questo la risposta di Matteo è così importante: «L'uomo si alzò e lo seguì». C'è in questo movimento qualcosa di molto semplice e di molto grande.
Alzarsi. Lasciare un posto diventato familiare. Accettare di non sapere esattamente dove condurrà il cammino. Fidarsi di una parola. E forse è anche questo che il Caravaggio ci fa comprendere: la vocazione cristiana non è anzitutto una teoria. È un movimento. Qualcuno ci guarda, ci chiama e ci mette in cammino.
La seconda parola del Vangelo è forse ancora più sorprendente: Gesù si siede a tavola con i pubblicani e i peccatori. E quando i farisei se ne meravigliano, Gesù risponde: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». Poi aggiunge questa parola che potrebbe essere come la chiave di tutta la cappella «Voglio la misericordia, non il sacrificio».
La misericordia.
Ecco ciò che trasforma lo sguardo di Gesù. Ecco ciò che trasforma Matteo. Ed ecco forse anche ciò che siamo invitati a riscoprire entrando in una chiesa come questa: dietro la bellezza, dietro la storia, dietro il patrimonio, dietro i capolavori, c'è sempre qualcuno che Dio guarda. Qualcuno che chiama, che rialza e che invia. La prima lettura, nella lettera agli Efesini, ci offre allora un'altra chiave: «Siate molto umili, dolci e pazienti; sopportatevi gli uni gli altri con amore; abbiate cura di conservare l'unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace».
Queste parole acquistano oggi una risonanza particolare.
Perché questa cappella è precisamente un luogo in cui diversi tempi, diverse sensibilità, diverse forme artistiche si incontrano.
C'è il XVII secolo del cardinale Contarelli e del Caravaggio. C'è il nostro tempo. E c'è questa nuova opera che viene a inserirsi tra la storia e il futuro. Jean-Michel Othoniel ha parlato del suo intervento con parole che sono esse stesse un vero atteggiamento spirituale. Dice: «La chiesa di San Luigi dei Francesi e la cappella del cardinale Matteo Contarelli, in particolare, sono per me, in quanto artista ed ex pensionnaire di Villa Medici, un luogo di arte totale e un monumento della storia dell'arte che devo affrontare con tutta umiltà».
«Con tutta umiltà.»
Questa espressione si ricollega sorprendentemente alla prima lettura.
L'umiltà qui non è rinunciare a creare: È la condizione per entrare in una storia che ci supera. Il vero artista, come il vero credente, sa di non essere mai l'inizio di tutto: Riceve, ascolta, guarda… Entra in un dialogo. Ed è forse proprio ciò che vediamo oggi in questa nuova croce:
È nuova, ma non è estranea. È contemporanea,
ma non cerca di abolire il passato. È diversa dai dipinti
del Caravaggio, ma risponde loro nel proprio linguaggio.
La Croce di Othoniel, realizzata in vetro rosso secondo le tecniche tradizionali di Murano e posata su un blocco di ossidiana naturale, fa entrare nella cappella una presenza nuova. I materiali e i colori sono stati pensati in dialogo con il chiaroscuro così caratteristico del Caravaggio.
E guardiamo bene ciò che accade.
Nel Caravaggio, la luce rivela. In Othoniel, la luce attraversa il vetro.
Nel Caravaggio, l'oscurità fa emergere i volti. Nella Croce, il rosso sembra raccogliere qualcosa del sangue, della passione, della vita donata.
Ma la croce cristiana non è mai soltanto il segno della morte.
È il luogo in cui l'amore arriva fino in fondo. È il passaggio dalla morte alla vita. Ed è per questo che è così bello che questa croce si trovi qui, proprio nella cappella di san Matteo, perché Matteo stesso è un uomo attraversato dalla luce.
Era seduto, si alza, lascia il suo tavolo e segue Cristo. E colui che era seduto dietro un banco diventa colui che annuncia il Vangelo. L'esattore delle imposte diventa apostolo. Colui che riceveva diventa colui che trasmette. Colui che era rinchiuso in un'identità riceve una vocazione. San Matteo ci ricorda così qualcosa di essenziale: Dio non ci chiama perché il nostro passato è perfetto. Ci chiama per aprire davanti a noi un futuro.
Ed è forse anche questa la vocazione di un'opera d'arte in una chiesa. Non ci chiede soltanto: «È bello?» Ci chiede: «Che cosa vedi?» E, più profondamente ancora: «Quale sguardo porti su colui che si trova davanti a te?» È qui che i dipinti del Caravaggio e la Croce di Othoniel possono condurci al Vangelo. Perché, in fondo, ogni vera opera che entra in una chiesa dovrebbe insegnarci a guardare diversamente.
Guardare Cristo, l'uomo, il povero, il peccatore. Guardare colui che forse avevamo già rinchiuso in una definizione. Guardare infine la nostra stessa vita con lo sguardo di Dio.
«Seguimi.»
Questa parola si rivolge oggi a Matteo. Ma non si rivolge soltanto a Matteo. Si rivolge a ciascuno di noi.
Alla Chiesa.
Alle nostre comunità.
Alle nostre famiglie.
Ai nostri contemporanei.
E forse persino all'arte.
Perché anche l'arte può essere chiamata ad alzarsi, a uscire da se stessa, a mettersi al servizio di una parola più grande di lei.
San Paolo ci dice che Cristo dona alla sua Chiesa apostoli, evangelizzatori, pastori e maestri, «affinché giungiamo tutti insieme all'unità nella fede».
Tutti insieme.
È forse una delle espressioni più belle per parlare di ciò che viviamo oggi.
Tutti insieme: il passato e il presente.
Tutti insieme: l'arte e la fede.
Tutti insieme: il patrimonio e la creazione.
Tutti insieme: coloro che vengono a pregare e coloro che vengono a guardare.
Tutti insieme attorno a Cristo.
Perché se questa cappella fosse soltanto un monumento straordinario della storia dell'arte, potremmo ammirarla.
Ma è qualcosa di più: È una cappella, un luogo in cui Cristo continua a dire: «Seguimi», in cui l'uomo continua ad ascoltare: «Voglio la misericordia, non il sacrificio», in cui la luce continua ad attraversare le tenebre. E oggi, attraverso questa nuova Croce, una nuova generazione di artisti entra in questo dialogo.
Allora, benedicendo quest'opera, non benediciamo semplicemente un oggetto. Rendiamo grazie per la capacità dell'arte di aprirci al mistero. Rendiamo grazie per il coraggio di creare in un luogo carico di memoria. Rendiamo grazie per l'umiltà necessaria per accogliere ciò che ci precede e trasmettere qualcosa a coloro che verranno dopo di noi. E soprattutto, chiediamo al Signore di donarci lo sguardo di Matteo. Lo sguardo di colui che è stato raggiunto da Cristo e diventa a sua volta testimone di questo incontro.
Fratelli e sorelle,
tra pochi istanti, guarderemo questa nuova Croce. Ma che questa Croce ci aiuti soprattutto a guardare altrove: verso Cristo.
Che il rosso del vetro ci ricordi il prezzo dell'amore. Che l'oscurità della cappella ci ricordi le nostre stesse oscurità. Che la luce che attraversa la materia ci ricordi che nulla è definitivamente chiuso per colui che si lascia raggiungere da Dio. E che san Matteo ci insegni ancora oggi ad ascoltare questa parola semplice, esigente e magnifica: «Seguimi»."







© Jean-Michel Othoniel / Photo : Level Production